Parrocchia San Vittore Martire Villa Cortese


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La Missione

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LA MISSIONE


Ma che cosa intendiamo per missione? Siamo sicuri di intendere tutti la stessa cosa e non invece cose diverse? E' bene partire da una convinzione teologica elementare, la quale, proprio perché elementare, costituisce un irrinunciabile fondamento: la missione precede i missionari e precede la Chiesa stessa. Non spetta al missionario, né alla Chiesa, decidere che cosa sia missione, perché il volto della missione è già stato delineato da Gesù Cristo. A noi spetta la genialità dell'attualizzazione, non la fantasia dell'invenzione. Le stesse esigenze dei luoghi di missione -esigenze culturali, sociali o altro- possono suggerire alcune modalità della missione, ma non mutarne la natura. Non è guardando anzitutto agli uomini che si comprende quale missione, ma guardando Gesù Cristo. E' nella memoria del suo evento che troviamo con chiarezza il contenuto della missione, lo stile, e la motivazione. Non c'è autentica missione senza memoria e obbedienza. A nessun missionario può andare autonomamente, a nome proprio. E nessun missionario ha il diritto di dire parole sue, bensì solo parole sentite, parole già dette. Il diritto e la forza del missionario poggiano unicamente sull'autorevolezza della rivelazione di Gesù. Il missionario 'è autorevole nella misura in cui è obbediente.
Si comprende, a questo punto, che le implicazioni sono molte, persino ovvie, ma non di poco conto. Contenuto essenziale della missione -direttamente o indirettamente, alle volte impedito o differito, ma mai rinunciato- resta sempre la rivelazione di Dio che si è manifestata in Gesù Cristo, la sua verità su Dio e sull'uomo, la sua salvezza. Lo stile della missione è il dialogo, ma il contenuto essenziale della missione non è dialogabile. Dio si è incarnato in Gesù di Nazaret e non altrove, né prima né dopo, in quel modo e non in un altro. Per questo il cuore della missione resta in ogni caso l'annuncio.

LO STILE DELLA MISSIONE


Queste osservazioni possono sembrare drastiche, radicali, probabilmente a qualcuno anche unilaterali. Tuttavia sono sempre più convinto che si tratta dei fondamenti. Non si abbia paura: non giustificano alcuna arroganza, né alcuna imposizione. Al contrario, sono ragioni di chiarezza e, insieme, di rispetto, di pazienza, di accoglienza e libertà.
Nella fedeltà alla memoria di Gesù, infatti, il missionario non soltanto scorge il contenuto della sua azione missionaria, ma anche - e con altrettanta forza - lo stile della vera missionarietà. E' lo stile dell'incarnazione, che non assomiglia alla violenza che irrompe dall'esterno e stravolge, ma alla rispettosa umiltà del seme che germoglia pazientemente dall'interno. Che le comunità e i missionari si ricordino sempre che il loro compito è di gettare il seme, non di piantare gli alberi! La virtù del contadino che semina è la pazienza dei tempi lunghi.
Paradossalmente, la missione può incepparsi anche per troppa generosità: una generosità impaziente, che nasconde la sottile arroganza di sostituirsi ai tempi di Dio e della storia. E' la generosità di chi annega nelle emergenze senza trovare mai la distanza necessaria per andare alla radice.
Stile di incarnazione significa anche rispetto e accoglienza di tutto ciò che è veramente umano, dovunque si trovi. Mi commuovo sempre quando incontro dei missionari che sono rispettosi della cultura di un popolo al punto da custodirla più di quanto faccia il popolo stesso. Anche questa è una traccia della memoria di Gesù. Il Figlio di Dio ha rispettato la nostra umanità più di quanto noi facciamo, e l'ha amorevolmente custodita più di quanto noi la custodiamo.

LA DIREZIONE DELLA MISSIONE


La memoria di Gesù, oltre al contenuto e allo stile, suggerisce anche una precisa direzione, la cui nota qualificante è ancora una volta l'universalità. Il missionario può anche fermarsi in un posto solo, in un posto piccolo, ma sempre per aprirlo al mondo. E se anche vive tra i poveri, non può dimenticare di dire loro che ci sono altri, tanti altri, poveri come loro, o più di loro. Anche il povero è chiamato al dono di sé, come la vedova del vangelo.
Si è soliti dire che la missione deve passare dall'aiuto allo scambio. Questo è verissimo. Ma forse è bene accompagnare questa affermazione con un'altra: dall'aiuto al dono di sè. Lo scambio sottolinea la reciprocità, e ricorda che la missione non assomiglia al gesto del ricco che dà al povero. Il dono di sé sottolinea la gratuità, la totalità e la definitività. La missione mette in gioco la persona, non le cose. Il dono del superfluo non è ancora la traccia di Dio, non è la vera memoria di Gesù. Egli ha dato tutto se stesso. Il superfluo invece, è semplicemente ciò che avanza, qualcosa che lascia intatta la vita, che rimane al sicuro. Il dono di sé è vero, se è per sempre.


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