2° Corso di Formazione

       Parrocchia San Vittore martire - Villa Cortese
       Corso per la formazione del gruppo liturgico

2. La celebrazione cristiana


Che cosa significa celebrare?

Celebrare è parola-chiave del vocabolario cristiano. Il suo uso nella liturgia è antichissimo, ma nel parlare comune è divenuto frequente solo dopo la riforma liturgica. Prima infatti si diceva: "Dire la messa, amministrare un sacramento, recitare l'Ufficio, fare un funerale".
In ogni tempo, cultura e religione, l'uomo ha celebrato i momenti importanti della vita e custodito la memoria degli eventi storici per lui significativi. L'evento non solo è, ma significa qualcosa per l'uomo, che esprime il significato delle cose e lo trasmette ad altri: in questo modo rinnova una gioia, rievoca un dolore, trasmette un insegnamento, afferma una fede o una speranza, ribadisce l'appartenenza al gruppo.

Celebrare è dedicare tempo a ciò che è importante

Gli uomini dedicano tempo a ciò che è importante per il lavoro e gli affari; oppure alle relazioni familiari, sociali e di svago. Dedicarsi a queste ultime, 'gratuite', implica spesso la rottura con il quotidiano e la scoperta di nuovi significati per la vita e di un nuovo rapporto con gli altri. In questa linea si colloca anche il senso della festa, che è componente fondamentale di ogni celebrazione. Una nazione festeggia giorni determinati per celebrare la sua storia; una persona festeggia il compleanno. I cristiani fanno festa per celebrare la storia dell'umanità salvata in Gesù Cristo: le singole feste sono tappe di questa storia che viene ricordata e rivissuta in pienezza ogni domenica nella celebrazione dell'eucaristia e degli altri sacramenti. La celebrazione cristiana esige un clima di festa per l'evento salvifico che evoca e ripresenta e per ciò che preannuncia, contesto festivo prezioso per dare pienezza ai segni e alla partecipazione e per favorire l'adesione di fedeli al mistero di Cristo. La festa fa da cornice e cassa di risonanza della celebrazione. Al contempo deve tener conto dell'evento celebrato (la Pasqua di Cristo, mistero di morte e risurrezione) ed evitare quindi esuberanze esagerate e fuori posto. Occorre infine tendere alla realizzazione di una celebrazione piena, attiva e consapevole (cfr. SC 21) rispettando il carattere sacramentale e simbolico dell'esperienza liturgica e la libertà e i limiti dei singoli che formano un'assemblea (gradualità nei gesti e atteggiamenti).

Celebrare è 'dar vita' a ciò che è importante

Dedicando tempo a ciò che è ritenuto importante, in certo senso si fa esistere ciò che si celebra, se ne colgono il significato profondo e le conseguenze... Il ricordo di un avvenimento passato è sempre indispensabile a ogni forma di celebrazione; ma questo ricordo ha implicazioni per la vita presente, che nella celebrazione si attualizza e dilata, si arricchisce e trova motivo e ispirazione per un futuro nuovo e diverso. La capacità di radicare l'evento nel futuro e la possibilità di trasmetterne ad altri il significato è alla base di ogni celebrazione.
La celebrazione cristiana è memoria, presenza e profezia della storia salvifica che ha nel mistero pasquale di Cristo il suo centro propulsore e la sua sintesi dinamica. La sequenza passato - presente - futuro costituisce la dimensione portante di ogni azione liturgica. Essa parte dall'evento fondatore (passato), lo attualizza nella celebrazione (presente), anticipandone la pienezza escatologica (futuro).

Celebrare significa 'fare comunione'

Non si celebra mai da soli. Una celebrazione richiede la riunione di un gruppo di persone interessate e coinvolte nel ricordo e nell'attualizzazione dell'avvenimento che è alla base della festa. La celebrazione è sempre atto sociale: non solo perché implica la riunione di più persone, ma anche perché dalla e nella celebrazione il gruppo approfondisce legami, senso di appartenenza, coesione. La celebrazione non solo manifesta, ma fa la comunità. Ecco perché ogni celebrazione è un momento forte nella vita di un gruppo sociale.
Nella celebrazione liturgica i cristiani sono confermati nella comune fede in Gesù Cristo e fanno corpo con lui: si manifestano e si edificano come popolo di Dio, chiesa del Signore (cfr. SC 2).

Celebrare vuol dire 'agire' insieme

La celebrazione di un evento implica sempre una serie di parole, di atteggiamenti, di gesti 'rituali' cioè simbolici, destinati a esprimere e dare corpo ai sentimenti profondi di gioia, di comunione, di ricordo del passato e di impegno per il futuro. È nella natura dell'uomo servirsi di queste mediazioni. Parole, gesti, atteggiamenti sono desunti dall'esperienza ma, inseriti nel contesto di una celebrazione, acquistano significato e dimensioni nuove.
L'azione liturgica si compie attraverso segni sensibili (cfr. SC 7) destinati a esprimere e realizzare il mistero pasquale di Cristo e la comunione nello Spirito di tutti coloro che formano il suo popolo e sono riuniti, nella celebrazione, in suo nome. Essa è perciò costituita da atteggiamenti, parole, gesti che ricevono significato non solo dall'esperienza umana da cui sono tratti, ma soprattutto dalla parola di Dio che li illumina, li proietta nella storia della salvezza e li costituisce elementi fondanti della comunità cristiana.

In sintesi

Ogni celebrazione cristiana:
-   è atto di culto: l'azione salvifica operata da Dio in Cristo Gesù provoca la risposta della comunità dei salvati. Si compiono così i due significati etimologici del termine liturgia: azione per il popolo e azione del popolo (cfr. CCC 1083);
-   presuppone come segno e realizzazione ottimale la riunione in assemblea, e si realizza attraverso alcune componenti essenziali: Parola, preghiera (presidenziale e comunitaria), azione simbolica con riti e gesti (cfr. C/C 906: il sacerdote non celebri il sacrificio eucaristico senza la partecipazione di almeno qualche fedele se non per giusta e ragionevole causa);
- ha sempre per oggetto il mistero pasquale di Cristo: ne proclama l'attuazione e ne preannuncia la realizzazione piena, con modalità diverse (vari momenti della vita o vari tempi). In prospettiva pastorale: la centralità del mistero pasquale vale anche nella celebrazione del matrimonio e in altre circostanze simili (prime comunioni, cresime...) nelle quali la mentalità comune tende a declassare il rito a semplice 'festa degli sposi / dei comunicandi';
- ha come scopo: lodare e ringraziare il Signore e accrescere la nostra comunione con Dio attraverso i vari elementi costitutivi che aiutano la fede e favoriscono l'incontro con il Padre, in Cristo, per mezzo dello Spirito;
- si colloca in tempi e in spazi determinati.

La ritualità celebrativa

La liturgia è un complesso di segni, un 'sistema rituale' con cui la comunità dei credenti e, in essa, ciascun discepolo, fa memoria della storia della salvezza e del mistero pasquale di Cristo, che ne è centro e cardine. Il rito è la mediazione che rende attuale e presente l'evento e colui che nell'evento opera e parla, Gesù Cristo. Nel rito la comunità e i singoli fedeli sono messi in condizione di attingere alla sorgente della salvezza.
A tutti i livelli della vita l'uomo si esprime mediante sistemi simbolici ritualizzati. La nascita, la crescita, l'amore, la sofferenza e la morte, la festa: tutto può essere ed è normalmente vissuto ritualmente. Rito è ordine, regola. I riti sono espressione ordinata, riconosciuta e accettata dei valori del gruppo e i canali privilegiati della loro trasmissione. Accettare il rito vuoi dire riconoscersi nel gruppo, nella sua cultura, nella sua religione e quindi manifestare e rafforzare i vincoli di appartenenza a esso. Le diversità rituali sono segno di diversità culturale. A tutti i livelli: i riti dei giovani, incomprensibili agli adulti, le ritualità diverse tra i popoli... Ogni intervento sul rito è delicato, in quanto tocca il simbolico della comunità e comporta reazioni contrastanti.
Il culto cristiano dà ampi spazi al rito e al simbolo. Non poteva essere altrimenti dal momento che "il Verbo si è fatto carne" (Cv 1,14). E anche dopo la risurrezione la quasi totalità delle apparizioni del Risorto avviene nel segno del mangiare insieme. È la legge dell'incarnazione, delle mediazioni sensibili, della sacramentalità (cfr. DV 2). Segni, parole, gesti e riti di portata simbolica che vanno oltre la dimensione intellettuale per proiettarsi verso una dimensione trascendente (dal visibile all'invisibile). Il loro significato e la loro efficacia derivano soprattutto dal riferimento a eventi della salvezza di cui sono segni memoriali.
Il rito cristiano ha bisogno di una catechesi liturgica che ne insegni il linguaggio specifico (parole e segni, cfr. SC 48ss.) e che dalla celebrazione tragga le conseguenze per la vita (mistagogia). Ma bisogna stare attenti a non esagerare. Spiegazioni continue e ulteriori interpolazioni e mediazioni (didascalie, monizioni che riducono le azioni liturgiche a un mimo), producono il risultato contrario, aumentando il distacco dei fedeli dalla liturgia.
                                                                                                                               

(Redatto dall'ufficio liturgico della Diocesi di Roma)